«La donna Ticinese […] desidera e chiede di avere il diritto di essere interpellata così come gli uomini a proposito di tutti i problemi di politica generale e locale della nostra terra e chiede di avere il diritto così come gli uomini di potere scegliere i cittadini che il popolo chiama a dirigere la cosa pubblica. […] L’ottenimento del diritto di voto da parte della donna Ticinese, oltre a correggere un’ingiustizia ed uno stato di diritto antidemocratico, porterà senz’altro un benefico contributo al nostro paese permettendo ad un sempre maggior numero di cittadini di mettere le proprie esperienze al servizio del bene pubblico […] Non penso che il tempo da me speso nell’interesse verso i problemi politici e sociali sia stato a discapito di un buon andamento della vita di ogni giorno della mia famiglia: la mia casa non ne ha per nulla sofferto e il mio lavoro di massaia neppure […] Grazie alla mia professione, che tuttora esercito, ho avuto inoltre modo di avvicinare molte donne e molti uomini, da gente semplice a gente colta e preparata e mi sono fermamente convinta che la donna altrettanto come l’uomo possa e debba interessarsi dei problemi sociali politici e amministrativi della terra in cui vive senza per niente nuocere ad un normale andamento della vita familiare e domestica, anzi portando alla stessa un valido contributo e una visione più ampia e profonda del mondo che sta fuori dalle mura di casa» (Per la votazione del 24 aprile – La voce di una donna libero-professionista, «Il Dovere», lxxxxv, giovedì 17 marzo 1966, n. 63, p. 1).